Donne: lo stile e la moda nei film

Donne, di George Cukor: vestiti fantastici e storia incredibile, per uno dei film più amati da Tom Ford e dagli addetti ai lavori.

Prima di tutto la data, 1939: l’anno d’oro della golden age di Hollywood, il più produttivo in assoluto. “Donne” o “The Women” di George Cukor esce nel 1939 come Via col vento, Il mago di Oz, Mr Smith va a Washington, Ninotchka, Ombre rosse, Cime tempestose. La Grande Depressione era finalmente finita. Peccato che, a settembre, Hitler avrebbe invaso la Polonia. L’anno d’oro della golden age della Hollywood classica fu così anche il suo ultimo.

In ‘Donne’, la storia ha una doppia location: New York (meglio, Park Av) e Reno, Nevada, paradiso dei divorzi lampo. Mary Haines (Norma Shearer) è felice con marito, figlia, domestiche, cagnetta e madre periodicamente in visita. Sta per andare “nel Canada” dove aveva passato la luna di miele, ma la cugina (Rosalind Russell) le svela che, secondo la manicure, il marito avrebbe una tresca con la commessa del reparto profumi e lingerie (Joan Crawford).

Il consiglio della madre è di non ascoltare il gossip, non fidarsi delle amiche e far finta di niente perché gli uomini sono così: Mary fa il contrario, finendo a Reno dove incrocia altre divorziande (tra cui Paulette Godard). Due anni dopo, i giochi ricominceranno. Premessa tripla: più che la storia, conta il battesimo del gossip come ossessione (con tanto di Hedda Hopper, “vipera” hollywoodiana reale, a fare se stessa); tanta chickenlit e tutto il chicken journalism nostrano dovrebbero santificarlo; rispetto al remake Women (2008), siamo su un altro pianeta.

Donne è cinema di parola e di costume, oltre che di costumi. È avanguardia cinematografica fulminante, e non solo perché tutto, dai tailleur ai cappellini ai tessuti stampati, è pura citazione di Salvador Dalí e di Elsa Schiapparelli ispirata da Jean Cocteau. Un gioco al massacro della moda tradizionale che anticipa John Galliano, Yves Saint Laurent, Philip Treacy e Alain Mikli. A una prima visione, a imporsi sono infatti i “gowns by Adrian” (così sui titoli di testa, primo tra i costumisti di cinema): artista-stilista- costumista re alla MGM.

Adrian disegnava (tre/quattro minuti per schizzo, poi buttati a fine riprese) tutti gli abiti delle sue donne (star, co-protagoniste, comparse) e lasciava agli assistenti il cast maschile. Credeva che gli abiti facessero il film e il personaggio: notate i volant di Russell, i twin set di Shearer, le giacche militari di Joan Fontaine, le spalle imbottite di Crawford. Donna Karan, Giorgio Armani e tutte le working girl in giacca degli anni Ottanta gli hanno detto grazie. Donne è avanguardia femminista mixata alla rilettura del mito delle amazzoni.

Una commedia ipersofisticata black&white in cui i ruoli parlanti sono 130: tutte donne. Gli uomini sono l’argomento del giorno (di tutti i giorni che Dio manda in Terra, verrebbe da dire), ma in scena non ci sono. È il trionfo di 130 femmine che straziano insaziabili i maschi a suon di smalto rosso giungla, bambine vestite di nero, uso indiscriminato dei pre Botox, orologio sopra il polsino. E quasi 10 minuti di una vera e propria sfilata a cui le protagoniste (e noi) assistono: girata in technicolor, è un omaggio a tutte le creazioni di Adrian, oltre 250 film e una liaison d’amore/odio con Greta Garbo così forte che, quando lei smise nel 1941, anche lui lasciò Hollywood per creare una sua casa di moda (del resto era stato il primo a lanciare una linea ispirata ai suoi costumi, in vendita da Macy’s).

Centotrenta femmine dirette da George Cukor, vestite da Adrian e nuotanti nelle scenografie di Cedric Gibbons. Ma il copyright sulle parole è femminile, delle sceneggiatrici Anita Loos e Jane Murfin. Soprattutto di Clare Boothe Luce, ambasciatrice a Roma negli anni Cinquanta ma, nel 1936, autrice della piece ispiratrice: socialite di Park Av, giornalista (a Vogue) e direttrice (di Vanity Fair), divorziata, fashionista. Donne era il suo mondo…

 

Be first to comment