Pigiama: la storia…

C’è chi dorme nuda, chi in sottoveste o con una t-shirt e poi ci sono le fan del pigiama, non quello felpato dai colori improbabili che ricorda una tuta, ma quello che si ispira al classico maschile. Sono molte le estimatrici di questo capo che lo usano anche al di fuori della stanza da letto e dalle pareti confortevoli di casa. Ma andiamo per ordine.

 

La parola ‘pigiama’ è di origine turca e veniva usato già dai tempi dell’impero ottomano, pantaloni legati in vita con un cordoncino o il cavo, indossati in India, Iran, Pakistan, e Bangladesh con una tunica con cintura che si estende fino alle ginocchia.  Si pensa che sia stato introdotto nel mondo occidentale intorno al 1870, quando coloni britannici, che lo avevano adottato come alternativa alla tradizionale camicia da notte, continuarono la pratica al loro ritorno.

Nel 1902 i pigiama da uomo erano ampiamente disponibili, accanto alle camice da notte più tradizionali, in tessuti come flanella e madras e avevano perso la maggior parte della loro connotazioni esotica. Erano considerati moderni e adatto a uno stile di vita attivo, tanto  che in una pubblicità del 1902 di una famoso catalogo suggeriva che fossero: “La sola cosa adatta per il viaggio, con il suo aspetto che ammette una maggiore libertà rispetto alle camicie da notte”.

La moda androgina del 1920 contribuì a diffondere l’uso del pigiama da parte delle donne. Mentre pigiami da uomo erano invariabilmente in cotone, seta, o di flanella, la versione femminile era declinata in seta o rayon dai colori vivaci, stampati e guarniti con nastri e pizzi. Per tutto il secolo, i pigiama avrebbero continuato a riflettere l’ideale di moda. E’ stato però il film del 1934 “Accadde una notte”, in cui l’attrice Claudette Colbert indossava un pigiama da uomo, che ha contribuito a diffondere il pigiama maschile per le donne.

Il pigiama però non era solo il capo da indossare tra le pareti di casa nel 1851, Amelia Bloomer Jenks (1.818-1.894), una femminista americana, adotta voluminosi “pantaloni turchi” indossandoli con una gonna al ginocchio come alternativa al vestito alla moda suscitando commenti negativi.  Nei primi anni del XX secolo, i designer d’avanguardia lo promossero come elegante alternativa per l’abito tè, come il couturier francese Paul Poiret lanciò una versione del pigiama sia per il giorno e la sera già, nel 1911, e la sua influenza ebbe un ruolo importante nella loro eventuale accettazione.

Coco Chanel anni dopo iniziò a proporre alle sue clienti una versione haute couture del pigiama in tessuti luminosi – raso, seta, cotone sottile indiano – . Molte donne consideravano questo capo maschile provocatorio e appropriato solo per cortigiane e attrici. Ma le più temerarie iniziarono a indossarlo in spiaggia per camminare sul lungomare, nacque così il beach pijama a cu seguì il pigiama da sera, destinato ad essere indossato per cene informali a casa, che raggiunge l’apice della popolarità nel 1930 per poi sparire e riemergere nel 1960, sotto forma di “pigiama palazzo”. I pigiama palazzo furono introdotti dalla designer romana Irene Galitzine nel 1960 da indossare al posto dell’abito da sera per cene eleganti ma informali ed era caratterizzato da pantaloni molto ampi realizzati in morbida seta e decorato con perline e frange. Nel corso del 1970, abiti da sera e loungewear si fondono per dare origine con Halston a tailleur in raso e crepe, che ricordavano appunto un pigiama

 

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