Olivier Saillard: il curatore geniale

Giovane, charmant e talentuoso: Olivier Saillard, Direttore del Musée Galliera di Parigi, ama sfidare le convenzioni…

Vanessa Caputo

Una carriera iniziata per caso al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, dove Monsieur Saillard trascorre il periodo del servizio militare da obiettore di coscienza e incontra Nadine Gasc, curatrice specializzata in tessuti che lo inizia ai segreti della professione. Dopo cinque anni al Museo della Moda di Marsiglia, torna al Musée des Arts Décoratifs per mettere in scena alcune mostre di straordinario successo: Yohji Yamamoto, Christian Lacroix, Sonia Rykiel e Jean Paul Gaultier, solo per citarne alcune. Infine approda come direttore al Musée Galliera e alla sua inestimabile collezione di moda (più di 100.000 pezzi tra abiti e accessori dal XVIII secolo ai giorni nostri). Intervista all’uomo che é riuscito a catturare, sguardo e immaginazione del sempre più annoiato popolo della moda, conquistato dal mix contemporaneo di esibizioni e performance.

Ricorda la prima mostra che ha visto? La prima esposizione che ho visitato era nella soffitta dei miei genitori, dove le mie sorelle accumulavano vestiti come in un’opera di Boltanski!

Penso che ogni amante della moda farebbe carte false per visitare i vostri archivi. c’è una parte che preferisce? Quella su cui abbiamo lavorato con Tilda Swinton per la nostra ultima performance “The impossible wardrobe”. Mi piace anche la parte degli archivi dedicata al XX secolo, un periodo lontano e vicino allo stesso tempo.

Immagini di dover spiegare cosa sia la moda ad un popolo alieno che ne ignora l’esistenza. Può portare con se due soli pezzi del museo, quali sceglie? Un qualsiasi corsetto e i guanti con unghie gioiello di Elsa Schiaparelli.

Il suo couturier preferito. Balenciaga e Charles James.

La mostra più difficile che ha curato. Quella che deve ancora venire.

La mostra che ha curato che le ha dato più soddisfazioni. Senza dubbio quella dedicata a Madame Grès al Musée Bourdelle.

La mostra, da visitatore, che le è piaciuta di più. La permanente del Chichu Art Museum di Naoshima: appena dieci opere che si dividono uno spazio museale divino e silenziosissimo.

Ho letto che suo fratello quando lei aveva dodici anni la portava nei musei la mattina per poi tornare a riprenderla la sera. Già da allora aveva chiaro quale sarebbe stata la sua professione o é suo fratello che ha scelto per lei? A quell’epoca, quando mio fratello mi lasciava davanti al Louvre, ancora non sapevo cosa avrei fatto, ma nel museo avvertivo un grande senso di libertà e protezione. I capolavori del passato erano una specie di fortezza per me.

Colleziona qualcosa? Colleziono badges, ne ho più di 1000! Ho anche i primi di Bernardin, il fondatore del Crazy Horse.

Il periodo storico, parlando di moda, che le piace di più. Gli anni ’30.

Brucia il museo, può salvare un solo pezzo. Quale? Se il museo andasse a fuoco credo che prenderei “un annaffiatoio” per cercare di salvarlo!

Ci racconta come ha fatto a convincere Rai Kawakubo sempre molto refrattaria in tema esibizioni
a dirle di sì? Per riuscire a convincere qualcuno, non bisogna avere paura di un rifiuto. Anzi, gli altri devono essere liberi di poter dire “no”, in modo da evitare qualsiasi pressione o imbarazzo. Sono i buoni progetti a convincere, non le persone!

Legge i magazine di moda? I magazine di moda che leggo sono sempre datati, spesso risalgono a cinque anni fa. Non mi interessa il presente poiché appare ripetutamente su tutti i media.

Un consiglio per chi vuole intraprendere la carriera di curatore. Coltivate sempre il vostro gusto personale!

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